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Il Vesuvio guarda sempre


Ovunque ti trovi a Napoli, prima o poi alzi lo sguardo, o guardi davanti a te, ed eccolo lì: il Vesuvio. (Vesuvius, se vuoi essere formale. A Napoli non lo è nessuno.) Immenso, silenzioso, incredibilmente bello e, tecnicamente, capace di mettere fine a tutta la festa da un momento all’altro. I napoletani vivono alla sua ombra e semplicemente… fanno spallucce.

Mount Vesuvius seen across the ruined forum of Pompeii, with columns and brick arches in the foreground under a clear blue sky
Il Foro di Pompei e la montagna che l’ha resa ciò che è. Duemila anni dopo, la montagna non si è mossa. E, a essere sinceri, nemmeno Napoli. (Foto dall’archivio personale)

Io lo trovo magnifico. E terrificante.

La montagna in ogni finestra

È in ogni fotografia, che tu l’abbia voluto o no. Se ne sta dietro ai panni stesi, ai campanili e agli alberi dei traghetti, una presenza permanente, vigile. Anche nel libro è sempre lì, perché nella vita reale lo è davvero.

Mount Vesuvius at sunset behind a baroque church facade and bell tower, with the rooftops of Naples and the bay below
Visto? Io stavo fotografando la chiesa! (Foto dall’archivio personale)

Non si dipinge il Vesuvio sullo sfondo di Napoli. È Napoli a essere dipinta intorno al Vesuvio.

Non lo chiamano nemmeno vulcano

In dialetto è ’a muntagna. La montagna. Non “lo stratovulcano attivo con una storia documentata di eruzioni capaci di distruggere intere civiltà”. Semplicemente… la montagna. Come parleresti di un parente un po’ problematico, un po’ imprevedibile a Natale ma che, tutto sommato, è pur sempre famiglia.

Mount Vesuvius across the Bay of Naples at golden hour, with fishing boats moored behind a rock breakwater
’A muntagna, seduta in fondo al golfo come un grosso parente che si è appisolato dopo pranzo. (Foto dall’archivio personale)

E famiglia lo è davvero. Il Vesuvio è sulle ceramiche, sugli strofinacci, sulle calamite da frigo, sui tatuaggi, sui set da scrittura (una volta un’amica me ne ha regalato uno stupendo!), sui murales del calcio, nei presepi. Duemila anni di napoletani che dipingono, ancora e ancora, proprio ciò che potrebbe ucciderli. Lo scrittore Jeff Matthews, che ha vissuto a Napoli per circa quarantacinque anni e ha lasciato un’intera enciclopedia dedicata alla città, riteneva che tutta quell’arte fosse una sorta di rito propiziatorio. Tenere buona la montagna, farla sentire amata. Guarda quanto ti vogliamo bene. Guarda come ti abbiamo disegnata bene. Ti prego, non farlo.

La montagna ti dà anche da mangiare

Ecco la parte che mi ha un po’ spiazzata. Il terreno vulcanico è incredibilmente fertile. Così gli stessi pendii che seppellirono Pompei oggi producono il pomodorino del piennolo, quei piccoli pomodori appesi a grappoli sui balconi napoletani durante l’inverno, e il Lacryma Christi del Vesuvio, un vino il cui nome significa “lacrime di Cristo”.

Non è assurdo pensarci? La montagna che potrebbe mettere fine a Napoli è anche, letteralmente, uno dei motivi per cui la pizza ha quel sapore.

Mi dispiace, ma una cosa del genere non potresti inventarla. Se la mettessi in un romanzo, il mio editor ci tirerebbe delicatamente una riga sopra e scriverebbe troppo perfetto a margine. Ma ehi, io in un romanzo ce l’ho messa comunque!

Ci hanno costruito una ferrovia. Poi hanno scritto un motivetto.

Nel 1880 qualcuno guardò un vulcano attivo e pensò: turisti.

Sul fianco della montagna venne costruita una funicolare e, per promuoverne l’apertura, Peppino Turco e Luigi Denza tirarono fuori una canzoncina.

Quella canzone era Funiculì, Funiculà.

Sì. Proprio quella. Quella che adesso stai canticchiando. Il tormentone più allegro della storia d’Europa era una pubblicità per un viaggio in treno su un vulcano.

E la cosa diventa ancora più bella, perché il testo è praticamente un tentativo di rimorchio. Lui racconta a una ragazza di essere salito sulla montagna e le chiede di andarci con lui. Tutta la canzone è lì. Qualcuno costruì una ferrovia sul fianco di un vulcano attivo, incaricò due uomini di vendere biglietti e ciò che quei due produssero fu un ragazzo che cercava di convincere una ragazza a salirci insieme a lui.

Se vuoi un unico fatto capace di spiegare l’anima napoletana, te lo regalo volentieri.

San Gennaro contro il cratere

Poi c’è il patrono della città, San Gennaro, il cui sangue secco è conservato in un reliquiario d’argento nel Duomo e che, tre volte l’anno, si dice si liquefaccia. Quando succede, la città tira un sospiro di sollievo. Quando non succede, tutti diventano un pochino nervosi.

Tra i miracoli che gli vengono attribuiti c’è quello di aver deviato la lava lontano dalla città nel 1631. In tutti i paesi vesuviani ci sono chiese ed edicole votive che esistono proprio per questo motivo. È un accordo che funziona. La montagna brontola, il santo interviene, la città continua a mangiare.

Centinaia di migliaia di persone vivono nella zona rossa ufficiale, sopra le mappe di evacuazione, accanto ai sismometri, con i pomodori sul balcone. Lo sanno. L’hanno sempre saputo. E restano comunque. (Voi lo fareste? Io sì, senza pensarci troppo! 😌)

Vivere bene, perché niente è garantito

The rim of the Vesuvius crater with cloud pouring over the edge, seen from the wooden fence beside the walking path
La cima, imbronciata tra le nuvole. Cammini lungo il bordo del cratere, guardi giù, pensi al 79 d.C. per circa quattro secondi e poi vai a pranzo.
(Foto dall’archivio personale)

Ecco cosa insegna un vulcano a una città: niente è garantito, quindi tanto vale vivere.

Mangia la pizza. Bacia il ragazzo. Di’ quella cosa coraggiosa. Prendi il traghetto per l’isola solo perché la luce è bella. Salta la scuola e vai a prendere il sole sugli scogli.

C’è un motivo per cui Napoli mi sembra più viva di qualsiasi altro posto in cui sia stata: ha trascorso duemila anni sapendo esattamente quanto sia fragile tutto quanto. Non in modo macabro. Più in modalità passami il vino.

Lo sapevi che l’ultima eruzione significativa del Vesuvio risale al 1944?

Cosa fa a Carolina

Carolina arriva prudente, sulle difensive, decisa a tenere il proprio cuore chiuso a chiave in un cassetto.

E una città che vive come se il domani non fosse garantito è un posto decisamente scomodo in cui cercare di continuare a essere prudenti.

La montagna non la spinge, esattamente, ma semplicemente… glielo ricorda. A gran voce. Fissandola in faccia. Ogni singolo giorno.

Daniela Pescuma and her sister smiling at the edge of the Vesuvius crater, with the crater wall and drifting steam behind them
Io e la mia sorellina, in piedi su un vulcano attivo e felicissime della cosa (gennaio 2016). Se vi siete mai chiesti da dove venga Carolina, è quella alla mia sinistra.😉

Allora ditemi: riuscireste a vivere all’ombra di un vulcano? E, dai, qual è quel panorama nella vostra vita che vi ferma il cuore ogni volta che lo vedete? 👇

Dani. x

P.S. Loveandpizza.it sta tornando in inglese, italiano e portoghese. Save your slice and you’ll be first to know the moment your edition’s ready. 🍕

P.P.S. Se vuoi saperne di più, ti consiglio davvero questo libro: In the Shadow of Vesuvius: A Cultural History of Naples (link affiliato). E se stai davvero pensando di andarci, questa guida per visitare il Vesuvio è utile per le informazioni pratiche più aggiornate su biglietti, trasporti e come arrivare. E preparati a camminare un po’ in salita. Metti scarpe adatte. Io non l’ho fatto. 🫣

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