Napoli crede
(Giorno 19 di 31, briciole di storia dal mondo di Loveandpizza.it 🍕)
Questo articolo è stato pubblicato originariamente all’inizio del mio viaggio di 31 giorni nel mondo di Loveandpizza.it. Ora puoi esplorare qui la serie completa in italiano, una briciola di storia alla volta. 🍕
Napoli crede.
In Dio, nei santi, nella fortuna, nel destino e, soprattutto, nel piccolo corno rosso che pende da porte, specchietti, portachiavi e collane in tutta la città. Qui, fede profonda e allegra superstizione convivono felicemente, e nessuno trova la cosa minimamente strana. È una delle cose che amo di più di Napoli.
Il cornicello rosso

Si chiama cornicello: un piccolo corno rosso e ricurvo, ed è ovunque, pronto a proteggerti dal malocchio.
Qualcuno te ne metterà uno in mano come portafortuna. Qualcun altro farà discretamente le corna con la mano se dici qualcosa che potrebbe attirare la sfortuna. Impari in fretta: a Napoli non ci si vanta della propria fortuna. Si tocca il corno e si resta umili.
Foto sopra: Cornicelli in vendita a cassette intere. A Napoli non si compra un solo cornicello portafortuna; se ne comprano diversi, ovviamente. (Foto dall’archivio personale)
Una fede che si sente

E poi c’è la devozione.
Edicole votive illuminate agli angoli delle strade. Interi quartieri che pregano e festeggiano nello stesso respiro. E San Gennaro, il patrono della città, il cui sangue secco è conservato in un’ampolla e osservato tre volte l’anno da una cattedrale piena di napoletani in ansia, in attesa di vedere se si liquefarà. Se succede, Napoli è al sicuro per un’altra stagione. Se non succede… beh. Nessuno ama pensarci.
Entra in una chiesa qualsiasi e troverai pareti ricoperte di piccoli ex voto d’argento: cuori, mani, braccia, gambe, bambini. Ognuno è un grazie lasciato da qualcuno la cui preghiera è stata esaudita. Centinaia, disposti in file ordinate, come una parete di silenziose ricevute.
Carolina, che è cattolica e conosce bene la Messa della domenica, trova questo particolare miscuglio napoletano di sacro e superstizioso allo stesso tempo sconcertante e meraviglioso.
Le anime che si adottano
E poi c’è quella che mi ha fatto fermare di colpo.
A Napoli esiste un’antica pratica, nata agli inizi del Seicento, chiamata il culto delle anime pezzentelle.

Funziona così. In alcune chiese e al Cimitero delle Fontanelle trovi i teschi di morti anonimi: persone sepolte in fosse comuni, senza nome, senza famiglia, senza più nessuno che possa piangerle. Un napoletano ne sceglie uno e lo adotta. (Secondo la tradizione, è nel teschio che risiede l’anima.) Lo pulisci. Gli dai un cuscino, una nicchia, dei fiori, una candela, un rosario. Vai a trovarlo. Gli parli.
E in cambio, chiedi. Perché funziona in entrambe le direzioni: l’anima abbandonata chiede ai vivi il refrisco, cioè sollievo dalle fiamme del Purgatorio, e i vivi chiedono all’anima una grazia, un aiuto, un favore. Due solitudini che stringono un patto attraverso il velo che separa i due mondi.
Dovrebbe essere macabro. Invece è una delle cose più tenere che abbia mai visto: un’intera città che si rifiuta di lasciare che qualcuno venga dimenticato, perfino chi non ha più nessuno che ne conosca il nome.
Lucia
E poi c’è Lucia.

A detta di tutti, è l’anima più amata di Napoli. Il suo teschio si trova nell’ipogeo del Purgatorio ad Arco, con un velo da sposa e una preziosa corona, affiancato da due teschi che, secondo l’immaginario popolare, sarebbero i suoi servitori.
La tradizione le dà un nome: Lucia D’Amore. (Sì. D’Amore. La protettrice delle spose si chiama Lucia D’Amore. Vi prometto che non me lo sono inventato. Non oserei mai! Anzi, mi è venuta la pelle d’oca mentre camminavo nella cripta con una guida, ascoltando le “storie dei teschi” che “vivono” lì.) Lucia era figlia di un principe ed era stata promessa in sposa a un uomo che non amava.
E da lì, meravigliosamente, la storia si ramifica in una dozzina di versioni: non voleva sposarlo perché amava già qualcun altro e si tolse la vita. Non voleva sposarlo e morì di crepacuore. Tentò di fuggire. Aveva la tubercolosi. Fu assassinata mentre andava all’altare. Oppure, la mia preferita: lo amava davvero e annegò durante la luna di miele.
Nessuno è d’accordo. A Napoli non lo è mai nessuno. L’unica cosa su cui tutti concordano è la parte triste: quella giovane donna non ebbe mai il suo matrimonio.
Così l’hanno resa la protettrice delle spose. Certo che sì. La ragazza che non arrivò mai all’altare è diventata quella a cui chiedere dell’amore, e da allora le ragazze di Napoli e di tutto il mondo continuano ad andare da lei, generazione dopo generazione, lasciando fiori, biglietti e piccoli regali e chiedendole di intercedere per loro. A questo punto è meno un’anima dimenticata e più una celebrità vera e propria. Con tanto di fila.
E questa è la parte che preferisco: nel 1969 la Chiesa vietò davvero il culto. Un cardinale decise che la situazione era sfuggita di mano, con decisamente troppi napoletani che pregavano teschi anonimi invece di santi debitamente autorizzati.
Napoli, inutile dirlo, continuò come se niente fosse. Lucia riceve ancora i suoi fiori. 😌
(Forse la ricordi dal mio post sui luoghi reali dietro il libro. Anche Carolina va a trovarla. Ma quella è una storia per il libro. )
Sogni, numeri e un gioco inventato per ripicca
I napoletani sono famosi per trasformare i sogni in numeri da giocare al lotto, e c’è un intero sistema per farlo. Si chiama La Smorfia, un nome che molto probabilmente deriva da Morfeo, il dio greco dei sogni.
Ogni numero da 1 a 90 ha un significato. Hai sognato un gatto? C’è un numero. Una morte? Un numero. Uno sconosciuto, una minestra, un cane che abbaia? Hanno tutti un numero. Sogna qualcosa di strano e il tuo vicino avrà sicuramente un’opinione sulla combinazione che dovresti giocare quella settimana. Questa cosa mi diverte particolarmente perché in Brasile abbiamo qualcosa di simile chiamato jogo do bicho. 😀
E questa è la mia parte preferita di tutta la storia. Nel Settecento, le autorità vietarono il lotto durante le festività natalizie: troppo immorale, a quanto pare, per quel periodo dell’anno. Così i napoletani, facendo i napoletani, si portarono semplicemente il gioco a casa e ne inventarono uno tutto loro: la tombola, che da allora si gioca ogni Natale intorno al tavolo di famiglia, con chi estrae i numeri che grida i significati della Smorfia a ogni estrazione. Gli dissero che non potevano giocare. Inventarono un gioco migliore. (E il bingo, così come lo conosce il resto del mondo, deriva proprio da lì.)
E questa, per me, è la storia più napoletana che conosca.
Tutta la città sembra vivere con una convinzione piena di speranza: che un significato si nasconda ovunque, se solo sai come leggerlo.
E dopo un po’… ho cominciato a crederci anch’io. E anche Carolina…
Allora ditemi: siete superstiziosi? Anche solo un pochino? Avete un rituale portafortuna che non ammettereste mai alla luce del sole? 👇 (Qui non si giudica nessuno. Io tocco ferro in continuazione.)
Dani. x
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