L’Ospedale delle Bambole
(Giorno 25 di 31 – briciole di storia dal mondo di Loveandpizza.it 🍕)
Questo articolo è stato pubblicato originariamente all’inizio del mio viaggio di 31 giorni nel mondo di Loveandpizza.it. Ora puoi esplorare qui la serie completa in italiano, una briciola di storia alla volta. 🍕
A Napoli c’è un posto che si chiama Ospedale delle Bambole. Volevo andarci fin dalla prima volta che avevo vissuto in città e, per anni, semplicemente non ci sono riuscita. Ci passavo davanti ed era chiuso. Ripassavo un altro giorno ed era ancora chiuso. È diventato uno di quei piccoli desideri insistenti che ti porti dietro legati a un luogo senza riuscire mai davvero a realizzarli, finché finalmente, quando sono tornata a Napoli per fare ricerca nel 2012, sono riuscita a varcare quella porta.

Da bambina avevo sempre avuto bambole e orsacchiotti, come quasi tutti noi, e qualcosa nell’idea di quel posto mi aveva conquistata molto prima ancora che riuscissi a vedere cosa ci fosse dentro. Un ospedale. Per bambole. Un luogo che restituiva oggetti rotti ma amati alle persone che li amavano. Non riuscivo a immaginare come fosse davvero. Sapevo soltanto che volevo trovarmi lì dentro.
Quello che ho trovato quando finalmente ci sono riuscita era, in qualche modo, ancora più caotico e commovente di qualsiasi cosa avessi immaginato. Bambole ovunque, appese, sedute, appoggiate alle pareti, in ogni possibile stato tra il rotto e il riparato. Sui tavoli c’erano piccole ciotole piene soltanto di pezzi: occhi in una, capelli in un’altra, minuscole mani dipinte in una terza, come un laboratorio in cui si costruiscono persone mettendo insieme i pezzi. Fili di lucine appesi sopra le nostre teste. Vecchie fotografie in bianco e nero erano fissate alle pareti: generazioni della stessa famiglia impegnate nello stesso lavoro paziente, nella stessa stanza piena di cose.

La donna che lo gestiva quel giorno era cresciuta lì. Prima di lei suo padre, e prima ancora suo nonno, generazione dopo generazione. Quel tipo di orgoglio che non ha bisogno di essere annunciato perché è semplicemente la forma che ha preso una vita.
Mentre lavorava, mi ha raccontato una storia dopo l’altra, ma ce n’è una che mi è rimasta dentro da allora. Una donna aveva portato una bambola appartenuta a sua madre e che, anni prima, era stata regalata a sua figlia. Ora la bambola si era rotta. La bambina aveva il cuore spezzato, non tanto per la bambola, ma perché sua nonna era già morta e, in qualche modo, quella bambola era l’ultimo pezzetto di lei rimasto. Ripararla non significava davvero aggiustare un giocattolo. Significava restituire a una bambina sua nonna, nell’unica forma in cui era ancora possibile farlo.

In piedi in quella stanza, ho capito che Carolina doveva andarci.
La storia non era ancora finita e questo era uno di quei luoghi che avevo volutamente aspettato di vivere di persona prima di scriverlo nel romanzo. Così sono rimasta lì, taccuino in mano, cercando di assorbire ogni dettaglio. E quando, più tardi, ho scritto la scena di Carolina, le ciotole piene di occhi, l’orgoglio nella voce della donna, la storia della bambola della bambina, tutto è arrivato direttamente da quel pomeriggio. Ho cambiato pochissimo.
Ho semplicemente regalato a Carolina il mio pomeriggio.
C’è un momento in quella scena in cui Carolina tiene in mano una piccola bambola e pensa, quasi tra sé e sé: Mi chiedo se riuscirebbero ad aggiustare anche me. Non vi dirò cosa l’ha portata fino a quella porta, perché quello appartiene alla storia, non a questo post. Quello che posso dirvi è che arriva lì fragile, insicura, con addosso più senso di colpa di quanto sappia gestire, con il cuore spezzato in quel modo che rende difficili perfino le mattine più normali e, da qualche parte sotto tutto questo, ancora aggrappata alla speranza. È parecchio da portarsi dietro entrando in una stanza piena di bambole rotte che aspettano di tornare intere.
Sarò sincera con voi, perché questa serie è stata soprattutto questo: sincerità. Nemmeno io ero del tutto me stessa il giorno in cui sono andata lì. Non avevo bisogno che qualcuno riparasse una bambola. Ma in piedi in quella stanza, circondata da tutto quel lavoro lento, paziente e attento di ricostruzione, mi sono ritrovata a pensare esattamente ciò che avrei poi dato a Carolina. Non aggiustare la bambola. Aggiusta me. Quella vera.
Credo che sia questo il vero richiamo di quel posto, per entrambe.Lì le bambole non vengono sostituite. Vengono riparate, lentamente, con vera cura, da qualcuno che ha dedicato la propria vita a credere che valga la pena farlo. E credo che qualcosa dentro di noi funzioni allo stesso modo. La fiducia in noi stessi, la speranza, qualunque cosa dentro di noi si sia fatta più silenziosa dopo un periodo difficile, niente di tutto questo può semplicemente essere sostituito con una versione nuova. Va riparato. Con pazienza, dall’interno. Quasi sempre da noi stessi e, qualche volta, con le mani ferme di qualcun altro che ci aiutano.

Se qualcosa dentro di voi si è mai sentito un po’ rotto, spero sappiate che può essere riparato anche quello. Non sostituito. Riparato. C’è una differenza. E conta.
Ora tocca a voi: c’è un luogo che avete amato da lontano per anni prima di riuscire finalmente a varcare la sua porta? Cosa avete trovato quando ci siete riusciti? 👇
Dani. x
Se sei nuovo nel mondo di Loveandpizza.it, comincia da qui: https://danielapescuma.com/loveandpizza/
P.S. Loveandpizza.it sta tornando in inglese, italiano e portoghese. Prenota la tua fetta e sarai tra i primi a sapere quando la tua edizione sarà pronta. 🍕
Hai ancora voglia di un’altra fetta?
Segui @loveandpizza_it per briciole di storia, scoperte su Napoli e
cuori meravigliosamente complicati. ❤️🍕
