Quando un luogo diventa un personaggio
(Giorno 21 di 31 – briciole di storia dal mondo di Loveandpizza.it 🍕)
Questo articolo è stato pubblicato originariamente all’inizio del mio viaggio di 31 giorni nel mondo di Loveandpizza.it. Ora puoi esplorare qui la serie completa in italiano, una briciola di storia alla volta. 🍕
Di recente ho ritrovato la mia vecchia tesi del master. Era nascosta in una cartella che non aprivo da anni e mi sono seduta a sfogliarla con un po’ di nostalgia, aspettandomi pienamente di provare imbarazzo.
Caro Lettore (tirando fuori la Lady Whistledown che è in me 😌), sì, qualche momento di imbarazzo c’è stato. Ma ho anche trovato qualcosa che mi ha fatto fare un piccolo salto al cuore.
Perché lì, nero su bianco, con tanto di note a piè di pagina, bibliografia e tutto il resto, c’era un’argomentazione accademica di ventimila parole sul fatto che la città di Napoli fosse un personaggio di questo libro. L’avevo sostenuto seriamente. A lungo. Quattordici anni prima.
Avevo completamente dimenticato di averlo mai saputo.

Quello che non sapevo di stare facendo
Ecco la mia confessione. Per anni ho pensato a me stessa come a una scrittrice intuitiva e impulsiva. Mi sedevo, le cose uscivano, e non avevo la più pallida idea di cosa stesse succedendo dietro le quinte. Sembrava un po’ magia e un po’ fortuna, ed ero abbastanza convinta che, se avessi cercato di analizzarlo troppo, avrebbe smesso tutto di funzionare.
A quanto pare, invece, stavo facendo qualcosa che aveva un nome. Diverse cose, in realtà, tutte tremendamente intelligenti adesso che qualcuno mi ha spiegato come si chiamano.
La principale: non stavo inventando Napoli per poi piazzarci dentro Carolina. Stavo semplicemente lasciando che fosse la città vera a fare il lavoro.
Come si mette davvero una città dentro un libro
Quando vivevo lì, senza conoscere la parola che la definiva, stavo facendo etnografia. Che è un termine molto importante per una cosa in realtà molto semplice: osservavo le persone. Costantemente. Le osservavo in funicolare, nelle pizzerie e dalla mia finestra sui Quartieri Spagnoli e, quando non riuscivo a capire cosa avrebbe plausibilmente fatto uno dei miei personaggi in una determinata scena, osservavo. Oppure chiedevo ai miei studenti, soprattutto quando si trattava dei personaggi italiani: “Dove l’avrebbe portata? Cosa avrebbe ordinato? Avrebbe davvero detto una cosa del genere, oppure era l’idea che uno straniero aveva di ciò che avrebbe detto?” Mi aiutavano a mantenere tutto autentico e, il più delle volte, mi facevano anche divertire.
E nel 2012, quando ero ancora immersa nella scrittura, sono tornata a Napoli da sola. Solo io, un quaderno e l’idea di camminare finché il libro non avesse ricominciato ad avere senso. Ho percorso le stesse strade che percorre Carolina, cercando di sentire ciò che sentiva lei, cercando di cogliere i dettagli che avevo cominciato a dimenticare. Il rumore. L’odore della pietra bagnata dopo la pioggia. Il modo in cui la città ti stringe addosso e allo stesso tempo ti sostiene.
Pensavo di stare rinfrescando la memoria. In realtà, stavo facendo ricerca sul campo.

And then, the word for all of it
Questa è la parte che, rileggendola, mi ha un po’ spiazzata.
Nella tesi, mi prendo il diritto di definire Carolina una flâneuse. È una parola che ho incontrato leggendo Virginia Woolf e il suo ambiente, che avevano messo in discussione la vecchia idea secondo cui la flânerie fosse un’attività esclusivamente maschile. Una bellissima parola antica per descrivere una donna che cammina per una città non per arrivare da qualche parte, ma per leggerla e, leggendola, leggere se stessa. Carolina usa le strade come corridoi, non come destinazioni. Non sta facendo shopping. Sta cercando la vita.
E avevo scritto questa frase su di lei, che non ricordo assolutamente di aver scritto ma sulla quale, a quanto pare, ero disposta a giocarmi un master:
“Ha assorbito la città.”
Questo è praticamente tutto il libro. È ciò verso cui stavo andando a tentoni senza avere il vocabolario per definirlo. Carolina va a Napoli per scappare dalla propria vita e, da qualche parte in tutto quel camminare, finisce invece per trovare se stessa e una casa. La città le entra dentro. Cambia ciò che desidera e ciò che ha il coraggio di provare a raggiungere.
Una storia non si ambienta semplicemente in un posto come Napoli, oh, no… In Loveandpizza.it è Napoli a dettare le condizioni della storia.
Il caos e i segreti che dovevano diventare una storia
Vi mostro un’altra cosa da quelle vecchie pagine, perché è il motivo per cui sto scrivendo questo post invece di richiudere timidamente la cartella.
Nei ringraziamenti, ringraziavo la mia sorellina Cintia “per essere stata l’ispirazione per l’eroina di queste storie”.
Lo è ancora. È stata la musa fin dalla prima parola e, anni dopo, è volata a Napoli con me per aiutarmi a riportare in vita tutto quanto. Alcuni personaggi vengono costruiti. Carolina è stata amata fino a prendere vita prima, e costruita dopo.
(Piccola parentesi, perché è piuttosto appropriata per un libro che parla di ritrovare le proprie radici: la tesi è registrata con un cognome diverso da quello con cui scrivo oggi. Quando ho fatto domanda per la cittadinanza italiana, ho dovuto cambiare legalmente il mio cognome per recuperare l’ortografia originale della mia famiglia, Pescuma. Una donna che parte alla ricerca del luogo da cui viene e finisce per trovarlo. Non avevo programmato il simbolismo. Ci ha pensato Napoli.)
Quindi, ecco la cronologia completa. In realtà ho iniziato a scrivere Loveandpizza.it nel 2009, quando vivevo ancora a Napoli, buttando giù scene sul portatile davanti alla finestra della mia cucina, dove il Wi-Fi prendeva meglio, senza avere un vero piano su cosa sarebbero diventate. È stato il master, un paio d’anni dopo, a darmi una scadenza e a costringermi a finire davvero qualcosa.
Ha ottenuto un voto modesto, è finito in una cartella e ha aspettato ancora qualche anno, finché non l’ho finalmente terminato durante un NaNoWriMo e ho pubblicato la versione originale in inglese. E ora sta tornando in tre lingue, il che mi sembra un secondo atto niente male per una storia che non ero nemmeno sicura fosse abbastanza buona da meritare di vedere la luce, ma che era una lettera d’amore a una città di cui mi stavo ancora innamorando perdutamente.
E in questa serie c’è molto altro su tutto questo e sui meccanismi pratici della scrittura del romanzo.
Ora tocca a voi: c’è un luogo che vi è entrato così profondamente dentro da sembrarvi quasi una persona? Una città, un paese, una cucina, un tratto di costa? Ditemi qual è e cosa vi ha fatto. 👇
Dani. x
P.S. Loveandpizza.it sta tornando in inglese, italiano e portoghese. Prenota la tua fetta qui e ti terrò al corrente di tutte le novità sulla tua edizione. 🍕
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